
Mente, corpo e cibo.
del Dott. Marco Tullio Cau. laureato in psicologia, sociologia, scienze della comunicazione. Docente di discipline del benessere. Agonista di bodybuilding e lancio del disco.
Sono circa 50 anni che sollevo pesi e l’allenamento mi ha prima insegnato la disciplina e la determinazione necessari a raggiungere gli obiettivi prefissati poi, con il modificarsi degli obiettivi, è divenuto un “compagno di percorso” sempre al mio fianco, con il quale dividere una parte delle mie giornate.
Una parte faticosa e dura, certamente, ma anche molto gratificante, sia a livello di sensazioni fisiche e risultati estetici che di percezione di benessere psicologico.
Negli ultimi tempi, ahimè, le problematiche della vita quotidiana hanno avuto il sopravvento sul mio entusiasmo e mi sono trovato ad allenarmi sempre meno e, quelle rare volte, anche con poca grinta.
In questi casi occorre reinquadrare i problemi che ci affliggono in un’ottica differente e riprogrammare l’approccio con il quale li abbiamo sinora affrontati, cambiando le priorità assegnate: fermarsi un attimo a riflettere, “come dal di fuori”, ci aiuterà a vedere le cose in una luce diversa.
Riassegnando loro la giusta collocazione in base a criteri d’importanza più ragionati, riusciremo a trovare una maniera più proficua di affrontare le prove che, ineluttabilmente, la Vita stessa ci impone.
Nei momenti nei quali siamo afflitti da questo tipo di stanchezza psicologica l’ultima cosa auspicabile è sbagliare alimentazione, andando così a peggiorare ulteriormente lo stato delle cose!
Infatti, a parte le ovvie implicazioni a livello di risultati estetici, una dieta sbagliata può compromettere il nostro allenamento prima ancora che esso abbia avuto luogo!
Devo dire che, ultimamente, mi sono reso conto che molti dei miei allievi non hanno chiara la stretta connessione che intercorre tra il cibo che ingeriamo e l’atteggiamento mentale che ne deriva: proprio questo è invece uno dei modi migliori di sottolineare l’interrelazione tra soma e psiche!
Finita l’era delle bistecche pre-gara, il grande pubblico ora sa che, per avere energia, un bel piatto di pasta è quel che ordina il dottore…e, se ci fermiamo all’effetto puramente “meccanico” dei carboidrati è vero, dato che il meccanismo attraverso il quale questi ultimi reintegrano il glicogeno è di fondamentale importanza.
Se valutiamo, però, l’influenza che i nutrienti determinano sul sistema nervoso, allora le cose cambiano: infatti un abbondante pasto con forte prevalenza di carboidrati è il vostro miglior biglietto per uno stato di sedazione generalizzato, che certamente vi creerà difficoltà per ogni tipo di attività fisica ed intellettuale.
Il triptofano è il “colpevole” di questa svogliatezza: questo aminoacido essenziale è infatti responsabile dell’incremento della serotonina, un neurotrasmettitore che influenza il nostro umore e che induce sensazioni che vanno dal rilassamento e da una condizione di benessere fino alla sonnolenza.
Il triptofano, per inciso, esercita la sua azione grazie al suo metabolita 5-HT (5-idrossitriptamina) che a sua volta induce la formazione della serotonina medesima.
I cibi ricchi di carboidrati , oltre a contenere dosi elevate di questo aminoacido, consumati in quantità sufficienti, stimolano la produzione di insulina, ormone che, tra le altre funzioni, ha il compito di guidare ed incorporare gli aminoacidi essenziali in ogni cellula del nostro corpo.
Il triptofano, per varie ragioni, è meno sensibile all’effetto dell’insulina e rimane così “a disposizione” del torrente sanguigno per essere trasportato attraverso la barriera emato-encefalica,dove esplicherà il ruolo testé descritto: ecco spiegato il fenomeno della stanchezza che avvertiamo dopo aver ingerito troppi zuccheri.
Di converso, le proteine contengono quote rilevanti di altri aminoacidi, (ramificati, tirosina…) che hanno, insieme ad altre peculiarità, la caratteristica di competere con il triptofano per il raggiungimento del circolo sanguigno cerebrale: in presenza di questi ultimi il triptofano si trova a “competere” con altri concorrenti, incontrando così maggiori difficoltà ad esplicare il suo effetto pro-sedazione.
È da tenere presente, inoltre, che durante un allenamento intenso il corpo arriva ad usare anche i ramificati come energia, la qual cosa lascerebbe via libera all’onnipresente triptofano…un’altra ragione per alimentarsi con cognizione di causa e non a caso!
Peraltro, gli stessi ramificati hanno vedono la presenza di leucina in quantità varie (da 2/1 a 12/1) e comunque più elevata rispetto a valina ed isoleucina: se questo ha un valore per la sintesi proteica (anche se eccedere in un singolo aminoacido non è mai la strada consigliata…), per il discorso appena scritto lo ha molto meno!
Nonostante, infatti, ci siano studi i quali affermano che “la supplementazione con gli aminoacidi ramificati può aiutare a controbilanciare gli effetti dell’incremento del triptofano ematico libero” (Castell et al.); o “l’assunzione di a. ramificati può ridurre l’assorbimento del triptofano” (Newsholme et al.), questi ultimi sembrano dimenticare che la leucina è antagonista della dopamina e che è invece la valina a competere massimamente con il triptofano,
Oltre a ciò, uno dei succitati aminoacidi, la tirosina, è legato alla produzione di dopamina, epinefrina e norepinefrina, altri neurotrasmettitori, ma dall’effetto opposto alla serotonina, e quindi “energizzanti” ed infatti io lo aggiungo ai ramificati.
Un motivo ulteriore per giustificare l’ingestione del giusto quantitativo di proteine “nella lotta” all’umore un po’ fiacco che talvolta ci affligge.
Oh, è ovvio che le motivazioni interiori sono più importanti nel determinare sia la nostra grinta in palestra che la costanza negli allenamenti…ma dare una mano al nostro tanto impegnato sistema nervoso non guasterà di certo!